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21 maggio 2020 | Solidarietà e volontariato

Solidarietà e mutualismo ai tempi del Coronavirus: intervista ad Alessandro Caprara ed Emily Clancy della campagna Don't Panic

Solidarietà e mutualismo ai tempi del Coronavirus: intervista ad Alessandro Caprara ed Emily Clancy della campagna Don't Panic
Continuiamo con il nostro piccolo ciclo di interviste* per comprendere cosa sta accadendo nel mondo dell'associazionismo, della solidarietà e del mutualismo ai tempi dell'emergenza determinata dal Coronavirus. A parlarci, oggi, sono Alessandro Caprara e Emily Clancy della campagna Don't Panic - Organizziamoci!
 
Don’t Panic è la campagna di mutualismo, informazioni e solidarietà nata per rispondere ai bisogni della società ai tempi del coronavirus nella città di Bologna. Il manifesto è programmatico: mettere le persone prima dei profitti (disagio lavorativo), l’emergenza e il disagio abitativo, sostegno con il welfare ai nuclei familiari e/o singoli dal punto di vista economico e sociale. Quanto questa esperienza incide o andrà ad incidere su problematiche che erano in parte visibili ben prima dello scoppio dell’emergenza?
 
Stiamo parlando di una delle crisi economiche più grandi degli ultimi tempi, più grande per esempio rispetto a quella del 2008. In termini di welfare, Bologna è una città solidale e piena di tessuto associativo, ci sono tante realtà che si sono attivate durante quest’emergenza. Il nostro contributo rispetto al mare di problemi che avremo di fronte è minimo, però pensiamo che l’aver fatto sì che si creasse un’organizzazione capillare, che prova a rispondere ai bisogni e dare soluzioni nel modo più immediato possibile, sia un passo avanti. La questione non è solo rispondere ai bisogni primari, ma è anche riuscire a far sì che le persone sentano di non essere state abbandonate in mezzo a questa crisi e sentano di poter far parte di un’organizzazione che prova a costruire una rappresentanza dei loro bisogni. Adesso che siamo in questa fase due sarà determinante vedere come verrà gestita la crisi e che tipi di provvedimenti verranno messi in campo. Il fatto che le persone non siano frammentate, da sole o isolate è un fattore molto importante per poter provare a contribuire e determinare le scelte politiche future.
 
Quali sono state le maggiori difficoltà riscontrate (ad esempio, le restrizioni, il coordinamento dei volontari e delle associazioni online, ecc) e quali invece le soluzioni che avete attuato per arginarle?
 
La prima difficoltà riscontrata è stata sicuramente quella del come continuare a fare assemblee e riunioni nonostante il distanziamento sociale perché il nostro mondo, quello dell’attivismo, è abituato a fare assemblee reali, con la presenza di persone reali e non davanti ad uno schermo. Per arginare questo problema abbiamo deciso di usare Discord, una piattaforma per gamers molto leggera, che ci permetteva di tenere insieme più persone con un audio chiaro. Per comunicazioni più operative, invece, i vari gruppi e sottogruppi di lavoro utilizzano la chat what’s app. Abbiamo anche una mailing list del coordinamento con un referente di ogni associazione e usiamo anche email, google docs, excel e tutti gli strumenti base con cui si riesce a condividere facilmente il lavoro.
Soprattutto nei primissimi giorni, quando c’era il lockdown totale e ancora giravano poche informazioni sul volontariato, se fosse permesso oppure no, abbiamo contattato il Comune di Bologna, per capire se e in che modo potessimo dare una mano con le autorizzazioni. Il Comune di Bologna ha informato le forze dell’ordine  - e ha fatto un tavolo anche in Prefettura su questo - sul fatto che alcune forme di volontariato dovessero continuare e, tra queste forme, hanno incluso per esempio l’approvvigionamento degli empori solidali. In questo modo, abbiamo avuto le autorizzazioni per fare le nostre attività, ma anche alcune associazioni che avevano aderito a Don’t Panic (come ad esempio Antoniano e Piazza Grande) hanno ricevuto il via libera per andare avanti. Due settimane dopo, invece, abbiamo dovuto superare il secondo step, cioè quello dell’assicurazione, perché la Regione aveva stilato delle linee guida con cui chiedeva ai volontari di essere anche assicurati contro malattie, infortuni, danni contro terzi ecc. 
In realtà, ci eravamo dati delle regole anche noi già da prima, per operare in maniera condivisa, e quindi abbiamo creato un protocollo nostro, per esempio per la gestione della spesa. I volontari un po’ più grandi, quelli con più di 65 anni, siccome non potevano far volontariato in questa prima fase data l’età, hanno fatto i centralinisti, chiamando chi compilava il form e decideva di donarci la spesa, sensibilizzandoli sulla normativa e sul fatto che quando vengono i riders non devono avere un contatto fisico, e chiamano poi i riders a cui abbiamo mandato del materiale informativo su come mettere la mascherina - che sembra una cosa banale ma all’inizio qualcuno sbagliava -, su come mettersi i guanti, su come approcciarsi con gli altri senza creare contatto. Nel protocollo ci siamo dotati anche di un codice anti truffa, quindi un codice di 6 lettere assegnato a ciascuno dei riders, in modo che la persona che ci donava la spesa potesse controllare che fossimo davvero noi di Don’t Panic. Insomma, un po’ di accorgimenti per far sì che tutto filasse liscio, anche nel rispetto della normativa sulla distanza di sicurezza, li avevamo già presi da soli.
 
Com’è cambiata la campagna nella nuova fase due? Per esempio, avete iniziato a consegnare la spesa i farmaci agli anziani e gli immunodepressi? Come stanno procedendo la colletta alimentare e gli altri progetti che avete pensato? L’attivazione dei volontari, invece?
 
Durante questo mese abbiamo riempito completamente di cibo Ritmo Lento cinque volte e i carichi sono andati due volte agli empori solidali (400 famiglie), due ad Antoniano (60 famiglie) e uno a Caritas (25 persone in un campo rom sinti).  Mentre per Pasqua avevamo raccolto le uova di cioccolato per famiglie che non ne avevano, adesso stiamo raccogliendo anche i datteri per chi sta facendo il Ramadan in collaborazione con Hayat, che è una delle associazioni che si occupano dei migranti in città.
Per la gestione della spesa solidale e sospesa, abbiamo una decina di centralinisti che fanno le chiamate, una ventina di riders che vanno a raccogliere le spese donate oppure vanno a fare spesa con le donazioni ricevute e poi ci sono i ragazzi che fanno i magazzinieri, cioè tengono aperto Ritmo Lento in una determinata fascia oraria in cui arrivano i riders che danno la spesa. Ci ritroviamo poi una volta a settimana a raccogliere la spesa e i pacchi quando vengono Antoniano, gli empori solidali o Caritas. In più abbiamo 20 volontari che sono agli empori solidali per aiutare a fare i pacchi coprendo 28 turni a settimana. 
Per quanto riguarda i farmaci, invece, all’inizio si era paventata l’ipotesi di poterli consegnare, ma poi la Regione ha deciso di non delegare la cosa al volontariato ma solo a farmacisti, alla Croce Rossa o al servizio numero verde attivato dalle farmacie perché c’è tutta una serie di linee guida ed equipaggiamento per fare quel tipo di consegna. 
Quello che però potevamo fare, e che abbiamo fatto grazie alla collaborazione con tante associazioni lgbtqi, è stato consegnare i farmaci e le terapie retrovirali alle persone LGBT sieropositive. Loro avevano già questi tipi di contatti lavorando nel settore, quindi abbiamo avuto le autorizzazioni per fargli fare questo. Così come con il MIT, che segue casi di sex workers e persone transgender in estrema difficoltà, siamo riusciti ad ottenere le autorizzazioni per fargli portare direttamente la spesa o i beni di prima necessità a chi ne avesse bisogno. Quindi, dove potevamo essere autorizzati ci siamo fatti attivare.
 
Una panoramica più generale sugli altri progetti?
 
C’è “Sottocoperta”, un progetto che abbiamo attivato con Piazza Grande per raccogliere le coperte e l’intimo pulito che servono alle persone senza fissa dimora, perché è ancora più difficile per loro accedere ai luoghi dove solitamente vanno a lavarsi i vestiti, si fanno la doccia ecc ecc… Nella fase due inizieremo anche a raccogliere vestiti, mobili e altre donazioni di questo tipo proprio da destinare a Piazza Grande. 
C’è “Opera” che è appunto l’infopoint sui temi legati al lavoro, in cui stanno ricevendo segnalazioni da chi subisce sfruttamento sul posto di lavoro e danno consigli su come affrontare la situazione. Questo servizio ha fatto anche un lavoro d’informazione, per esempio su come fare richiesta per il bonus da 600 euro per le partite iva o su come ottenere gli ammortizzatori sociali o i buoni pasto/spesa. Siamo in contatto con la CGIL, al momento di casi estremi non ce ne sono stati. I problemi maggiori per esempio sono stati quelli di persone mandate a lavoro con dei colleghi positivi o che lavoravano in nero e si sono ritrovate senza poter dimostrare di avere un’occupazione in una certa zona e che quindi, in caso di controllo, erano a rischio.
Tutti episodi che dimostrano ancora una volta come i problemi sociali in questa fase siano stati amplificati e aumentati, cioè chi è più debole è diventato ancora più debole. 
Ci siamo occupati anche di tradurre i vari post in diverse lingue, in particolare l’arabo, per provare ad essere fruibili a 360 gradi.
I progetti sono diventati parecchi e ne stanno partendo anche di nuovi per i bisogni della Fase 2, sul sito c’è tutta la lista.
 
Le energie messe in campo grazie a Don’t Panic e la rete mutualistica che si è attivata continueranno ad operare anche nelle fasi successive alla prima emergenza? Come evitare che una così grande risorsa, frutto dello sforzo collettivo, perda la sua efficacia nelle fasi successive? Quali saranno i nuovi bisogni a cui sarà necessario cercare di dare una risposta collettiva?
 
Il futuro è molto imprevedibile a livello generale, nel senso che non abbiamo idea di quello che succederà da qui a luglio, per cui anche noi, tenuto conto che questo mese è andato molto bene in termini di attivazione e solidarietà, puntiamo non solamente a continuare finché ce ne sarà bisogno con le attività che sono già in campo, ma soprattutto a continuare ad investigare sui nuovi bisogni. Per esempio adesso, proprio in questi giorni, ci stiamo interrogando sulla questione che parzialmente c’era già stata prima del lockdown totale, all’inizio alla pre-quarantena, cioè del tema scuole chiuse e dei genitori che però devono andare a lavoro e non sanno come fare con i figli a casa. È un problema molto complesso, perché ci sono anche tutte le disuguaglianze in termine di genere che questa cosa riflette e amplifica, però stiamo studiando la possibilità di costruire un babysitting solidale per andare incontro a quest’esigenza di lavoro e di cura. 
La grande forza di Don’t Panic è sicuramente la capacità di essere un percorso molto plurale, però allo stesso tempo di avere obiettivi e pratiche chiare. Sappiamo da che parte stiamo e attraverso l’autorganizzazione e i processi democratici proviamo a rispondere ad ogni situazione.
Una delle ricchezze del progetto è sicuramente la commistione di associazioni molto diverse tra loro, anche di militanza. Questo incontro è stato possibile sicuramente grazie alla contingenza in cui ci trovavamo, nel senso che in condizioni normali probabilmente così tante associazioni diverse tra loro non si sarebbero subito messe insieme a lavorare per un obiettivo comune, come invece è successo in questo momento d’emergenza sanitaria ed economica che stiamo vivendo. Questo lavorare insieme ha portato innanzitutto ad un arricchimento dal punto di vista delle competenze dei singoli volontari e volontarie, che stanno imparando anche da chi è un professionista e questo lo fa tutti i giorni. E, inoltre, ha amplificato la rete, consentendo al progetto di diventare più strutturale. Se fossimo stati in pochi probabilmente ad un certo punto non saremmo più riusciti ad andare avanti o a dedicare così tanto tempo al progetto. Chiaramente, man mano che arriva nuova forza e l’apporto di tante associazioni diverse si può arrivare a coprire una fetta di bisogni maggiore.
L’altro messaggio che volevamo dare è che in una crisi come questa, dove è quasi un istinto umano chiudersi a riccio e cercare di risolvere le proprie difficoltà da soli (come ad esempio arrivare a fine mese e riuscire a pagare l’affitto), è possibile restare uniti e lavorare insieme, anche con gruppi di persone diverse che prima non si conoscevano e che invece ora fanno mutualismo insieme. Questa è una cosa percepita anche da chi ha semplicemente compilato il form per donare la spesa perché, in una fase in cui non c’è quasi contatto umano, abbiamo ricevuto nella busta della spesa dei bigliettini con scritto “grazie”, quando sono loro che dovrebbero essere ringraziati perché la loro donazione. Anche la dimensione di relazioni sociali e umane in questo frangente è molto importante e diciamo che è una delle forze del progetto che speriamo possa continuare ad aiutare.
 
Don’t Panic è una realtà in evoluzione e work in progress, formata da associazioni, comitati, organizzazioni sociali e politiche, oltre che singoli cittadini. L’appartenenza al mondo del Terzo Settore è evidente ed opera in un’ottica di sussidiarietà orizzontale, anche se non formalmente “riconosciuta”. Come si può politicamente pensare, in futuro, di includere e riconoscere pienamente l’importanza che ricopre questo settore (a sua volta, non totalmente tutelato dalle misure messe in campo per risolvere la crisi) nella crescita e benessere cittadino?
 
Crediamo e speriamo che diventi una cosa agli occhi di tutti.
Durante l’istruttoria sugli affitti, presentata da Coalizione civica, Ritmo Lento, Piazza Grande e Antoniano e Pensare Urbano, eravamo intervenuti sottolineando come il problema degli affitti turistici  - e di un turismo la cui ricchezza non veniva redistribuita - fosse una bolla che prima o poi sarebbe scoppiata. È chiaro che non ci aspettavamo che succedesse così però diciamo che quest’accelerazione dello stato della bolla, causato dall’emergenza, forse ci dà quella finestra di opportunità - come si chiama nell’analisi delle politiche pubbliche - per cambiare il discorso clou e far capire quanto in realtà sia prioritario investire sul welfare, sulla sanità pubblica, sull’istruzione, sull’edilizia residenziale pubblica, sull’edilizia scolastica ecc. Tanti temi insomma, che forse sono un trait d’union di sensibilità da parte di queste diverse associazioni e che adesso stanno diventando parte del dibattito e possono avere la forza di diventare senso comune. 
Quello che noi manifestiamo sono delle esigenze che dovrebbero essere garantite e coperte dal pubblico, dallo Stato, nel rispetto anche dei principi della Costituzione.
Ovviamente, in questa fase d’emergenza, diamo priorità alla risposta dal basso immediata appunto perché l’abbiamo visto tutti quanti il deserto sociale dopo la crisi del 2008, che fondamentalmente ha portato ai movimenti nazionalisti, xenofobi ecc.
Oggi, dare una risposta di questo genere, significa provare a mantenere la solidarietà e certi tipi di valori ‘alti’ all’interno di una società, però sicuramente non pensiamo che la nostra azione possa bastare o sia fine a se stessa. Se ci sono delle famiglie che sono senza reddito questo è un problema che non si risolve con un pacco alimentare, ma che dovrebbe essere risolto con delle politiche attive pubbliche degne, come diritti del lavoro o maggiore tassazione progressiva, che non vediamo da molto tempo.
A livello nazionale si è scoperto fin da subito quali sono le carenze del pubblico, come la gestione del welfare, la povertà diffusa, la disuguaglianza e i livelli alti di povertà, ma ha sorpreso anche la risposta del mondo associazionistico, che oggi ha dato una mano concreta a tenere il Paese unito e a far sì che le misure di contenimento in qualche modo potessero essere sopportabili da tutti. Senza il contributo dell’associazionismo, che va dall’Arci ai centri sociali alle Caritas alle organizzazioni di volontariato più disparate, oggi saremmo in una situazione ben diversa perché molto persone non avrebbero potuto rispettare l’isolamento perché magari erano senza alcun reddito e senza la possibilità di mangiare. 
Il terzo settore ha avuto un ruolo cruciale, ma più per il debito e per le mancanze del pubblico. 
Quest’argomentazione non è neanche molto presente nel dibattito pubblico nazionale, nel senso che qualche servizio è stato fatto ma non c’è un focus, non si è presa coscienza effettivamente di questo dato.
Sicuramente però questo dimostra che ci sono state tante persone e associazioni che si sono trovate pronte in una situazione del genere perché molto probabilmente, prima del Coronavirus, avevano già presente che qualcosa non andava.
 
Avete raccolto 4000 euro in un mese, 100 spese sospese, 400 richieste di volontari e 160 donatori. Vi aspettavate una cosa del genere? Qual era il vostro obiettivo iniziale e qual è invece il vostro obiettivo futuro a partire da ora?
 
Direi che un risultato del genere non ce l’aspettavamo. 
Abbiamo impostato il lancio comunicativo il 23 marzo, cercando un modo che fosse il più trasversale e orizzontale possibile per tante associazioni e non come qualcosa che fosse identitario di una singola associazione o che partisse dalle primissime associazioni che hanno aderito al progetto (Ritmo Lento, Coalizione Civica, Link Studenti indipendenti o la MALA educación). Volevamo creare qualcosa in cui tutti si sentissero a casa e volessero dare una mano. 
Di certo l’intento c’era quindi, ma non ci aspettavamo una tale adesione. 
I numeri sono quelli, anche se sono di qualche giorno fa e li abbiamo superati di un po’. Si stanno aggiungendo anche le coperte, che dovrebbero essere circa 40. 
Sul futuro anche noi ci interroghiamo su quali possano essere gli sviluppi e i nuovi obiettivi. Stiamo pensando di provare a gestire e organizzare meglio le persone che si sono offerte volontarie, avendo presente che adesso c’è maggiore libertà di movimento.
L’obiettivo primario è sicuramente quello di continuare a tenere unite le persone e riuscire a far sì che ci sia una risposta ai bisogni, ma stiamo anche iniziando a pensare a come far sì che l’uscita da questa crisi non ci riporti alla normalità piena di problemi che avevamo prima, da quello ambientale a quello sociale a quello di genere.
 
*L'intervista è realizzata da Roberta Carlucci e Laura Misuraca, volontarie del Servizio Civile Regionale di Arci Bologna. 
Foto realizzata dal fotografo di reportage Giulio Di Meo, scattata per “Anticorpi Bolognesi”, il Crowdfunding su Produzioni Dal Basso il cui ricavato sosterrà economicamente anche Don’t Panic.
 
 
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SITO Don’t Panic
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