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23 settembre 2019 | Politiche e diritti

L'intervento di Rossella Vigneri all'Istruttoria Pubblica sul disagio abitativo

L'intervento di Rossella Vigneri all'Istruttoria Pubblica sul disagio abitativo

Venerdì e sabato 20-21 settembre, nella sala del Consiglio, si è svolta l’Istruttoria pubblica sul disagio abitativo, richiesta da 2.235 cittadini con la raccolta firme promossa da Pensare Urbano e sostenuta da numerose realtà cittadine. 
Di seguito l'intervento di Rossella Vigneri, Presidente di Arci Bologna, intervenuta nella mattina di sabato 21 settembre. 

"Intervengo a nome di un’associazione che è composta da oltre 130 circoli, spazi radicati in tutto il territorio metropolitano, presidi sociali in stretta connessione con le comunità che lo abitano, diffusi nei centri come nelle periferie della nostra città, attraversate da migliaia di persone di ogni estrazione, provenienza e generazione, studenti, anziani, famiglie, giovani lavoratori. 

Persone diverse, che con i loro bisogni, i loro desideri, le loro aspettative abitano il tessuto urbano e gli attribuiscono un significato, tracciano alle volte confini, altre volte tessono trame e relazioni capaci di aprire gli spazi, di renderli collettivi. Altre volte ancora, vivono semplicemente ai margini della città, impossibilitati ad esercitare il loro diritto di vivere, abitare, “usare” gli spazi urbani. 

Quest’istruttoria pubblica, che si inserisce nel disegno più ampio di un Piano urbanistico Generale, riteniamo sia l’occasione per mappare e provare a interpretare i bisogni di abitabilità che attraversano la nostra città che si configura sempre più come un arcipelago di forme insediative differenti dove possono coesistere popolazioni diverse, stabili e temporanee, native o immigrate, popolazioni portatrici di domande ed esigenze contrastanti e talvolta conflittuali. Ma è anche l’occasione per riflettere sul ruolo che spazi pubblici, gli spazi sociali, ricoprono in una città che tende a frammentarsi, attraversata da forme sempre più visibili di diseguaglianza e fragilità. 

Per poter leggere i bisogni di una città è fondamentale innanzitutto la qualità e la tempestività dell’informazione anche con il ricorso a un “censimento continuo” che è nelle possibilità delle attuali tecnologie. La raccolta di dati e la loro diffusione – come nel caso specifico del disagio abitativo le disponibilità del patrimonio pubblico e privato - sono requisiti fondamentali per il disegno e per l’attuazione delle politiche e perché le nuove forme di partecipazione possano costruire il confronto acceso, aperto, informato e ragionevole di cui abbiamo bisogno. Perché la scelta di cosa una città misura è la prima e immediata cartina di tornasole dei suoi obiettivi. 

Gli spazi sociali, i luoghi ad uso civico radicati su tutto il territorio metropolitano sono un’altra risorsa fondamentale  per disegnare una mappa delle vulnerabilità e delle opportunità che cambiano di quartiere in quartiere, di zona in zona, nelle periferie come nel centro della città. Una capacità di lettura dei bisogni che deriva dalla natura comunitaria e inclusiva di questi spazi – vere e proprie antenne sul territorio - e che l’amministrazione dovrebbe riconoscere, valorizzare e potenziare. 

In che modo? Provando a lavorare in sinergia con chi anima questi luoghi e costruendo interventi e progettualità capaci di dare risposta ai bisogni ma anche di svolgere una funzione di mediatore, di attivatore e di aggregatore, laddove quotidianamente assistiamo allo sfilacciamento del tessuto sociale urbano e al mancato riconoscimento di partecipazione di fasce sempre più ampie di popolazione. A partire dalla nostra esperienza cito alcuni esempi come il Circolo Guernelli di via Gandusio, situato dentro un complesso di edilizia residenziale pubblica, dove è rinata una palestra popolare e si propongono attività culturali ed educative gratuite, la bocciofila in Pescarola dove sta per nascere un progetto di ristorazione sociale, il Circolo La Fattoria che storicamente rappresenta un punto di riferimento per tutto il Pilastro. Sono tanti i luoghi della città che generano welfare, che agiscono da collante di una comunità, che mettono in relazione mondi e generazioni differenti, provando a superare ogni giorno il rischio della ghettizzazione e del conflitto. 

Nella costruzione del Piano urbanistico non si può non tener conto della domanda di un rinnovamento globale dell’organizzazione del territorio urbano, che tenga insieme dimensione sociale, ambientale e culturale oltre che economica e funzionale e che garantisca pari opportunità di accesso e vivibilità a chi abita la nostra città. Per fare questo occorre uscire da una logica emergenziale per costruire politiche abitative strutturate in grado di fornire risposte adeguate non solo a chi vive in condizioni di disagio estremo ma anche a quelle nuove fasce di popolazione che oggi fanno più fatica ad esercitare il loro diritto all’abitare. 

Mi riferisco ad esempio ai migranti. Da qualche anno gestiamo un progetto di accoglienza all’interno del sistema SPRAR e sappiamo molto bene quanto sia difficile gli enti gestori facciamo fatica a trovare alloggi per richiedenti e rifugiati anche se nuclei familiari: nonostante le garanzie fornite dagli stessi enti che sottoscrivono direttamente il contratto di affitto, i privati nella maggior parte dei casi non sono disponibili e questo accade in tutta la città metropolitana. Immaginate cosa accade alle persone che concludono un percorso di accoglienza, anche se in possesso di un permesso di soggiorno e di un contratto di lavoro.

Si tratta di casi evidenti di discriminazione cui si aggiunge la carenza di interventi pubblici integrati e politiche volte ad affrontare in modo sistemico l’inserimento e l’autonomia abitativa dei migranti che vivono nel nostro territorio. Riteniamo sia fondamentale ricostituire un tavolo di lavoro metropolitano dedicato a questo tema – istituito dopo l’approvazione del Decreto Sicurezza e non più convocato - che coinvolga realtà del terzo settore, enti gestori, gruppi di cittadini, comuni e sindacati per individuare soluzioni e nuove sperimentazioni, prevedendo anche campagne di comunicazione per contrastare la discriminazione nell’accesso al mercato abitativo e sensibilizzare cittadini, associazioni di proprietari e agenzie immobiliari. 

Ma mi riferisco anche agli studenti o ai cosiddetti working poors, lavoratori precari e non che, nonostante uno stipendio dignitoso, sono privati della possibilità di accedere a un alloggio a prezzi sostenibili a causa di una crisi economica che ha prodotto nuove forme di povertà e forti diseguglianze cui si è aggiunta negli ultimi anni una crescita esponenziale del turismo che rischia di innescare un processo di turistificazione del centro urbano. La nostra convinzione è che a Bologna non serva ulteriore consumo di suolo ma un utilizzo più efficiente del patrimonio pubblico e privato,  che preveda interventi di rigenerazione e recupero di quello inutilizzato e una verifica delle proprietà sfitte, contro ogni tentativo di speculazione. Ma occorre anche la costruzione condivisa di politiche e interventi efficaci e risolutivi, studiare insieme ad associazioni di inquilini e proprietari come rilanciare strumenti come il canone concordato o come introdurre una rete di garanzia per gli affitti in grado di agevolare l’incontro tra domanda e offerta. 

Un’azione pubblica – di questo abbiamo bisogno - che a partire da un’analisi dei diversi fabbisogni, sia in grado non solo di individuare alloggi o soluzioni abitative alternative – come alberghi popolari, studentati, residenze collettive a basso costo -  ma di accrescere le capacità e le opportunità delle persone, di potenziare le risorse e gli strumenti che permettano di ottenere, mantenere e consolidare nel tempo la propria dimensione umana e sociale, di costruire un progetto di vita all’altezza dei propri desideri, così com’è garantito dalla nostra Costituzione."

Foto di Michele Lapini. 

 

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