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14 maggio 2020 | Educazione

L'educazione ai tempi del Coronavirus: intervista a Nicoletta Landi ed Eleonora Maraventano

L'educazione ai tempi del Coronavirus: intervista a Nicoletta Landi ed Eleonora Maraventano

Continuiamo con il nostro piccolo ciclo di interviste* alle educatrici e agli educatori di Arci Bologna per comprendere cosa sta accadendo nel mondo dell'educazione ai tempi dell'emergenza determinata dal Coronavirus. Uno sguardo vicino e attento per ascoltare la voce dei ragazzi e di chi ha continuato a svolgere il proprio lavoro reinventando strumenti e azioni. A parlarci, oggi, è Nicoletta Landi e Eleonora Maraventano del CAG - Centro di Aggregazione Giovanile - ‘La Torretta’.

 
In cosa consiste il progetto del CAG ‘La Torretta’? 
 
Il CAG “La Torretta” è un Centro di Aggregazione Giovanile all'interno del Quartiere San Donato a cui hanno accesso ragazzi e ragazze dagli 11 ai 18 anni, che non esclude però a volte la presenza di ragazzi un po’ più grandi che vengono per necessità varie ed eventuali, quali ad esempio richieste lavorative o anche solo di sostegno relazionale. Siamo aperti tre volte a settimana, quindi il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 16 alle 19 da settembre a luglio, durante il periodo scolastico. Ogni giornata più o meno si svolge in maniera differente, nel senso che i ragazzi hanno l’accesso libero all’interno del servizio, quindi possono entrare e uscire quando lo ritengono più opportuno. Non c’è l’obbligo d’iscrizione, ma segniamo le presenze lo stesso per monitorare gli ingressi. Ogni giorno più o meno ci sono sempre delle proposte diverse: possono essere proposte non strutturate, tipo fare delle chiacchiere, dare del sostegno o ascoltare le varie necessità; oppure momenti strutturati, quindi dei laboratori organizzati dall’interno, cioè da noi educatrici oppure dall’esterno, cioè proposti e organizzati da esperti esterni. A questo proposito, quest’anno abbiamo avuto quello di falegnameria e avremmo dovuto avere anche quello di serigrafia. D’estate ogni tanto - quest’anno ovviamente no - si fanno delle uscite, delle gite in piscina per esempio, però gran parte delle attività si svolgono all’interno o nei dintorni del centro.
Lavoriamo anche in rete con il territorio, quindi con il servizio educativo territoriale, con la scuola e con altre realtà del quartiere perché i ragazzi sono abitanti della zona, frequentano alcuni posti e sono seguiti da altri servizi del quartiere, quindi è un lavoro educativo di rete che a volte coinvolge anche le famiglie. Vengono soprattutto maschi che vivono a San Donato, Pilastro e qualcuno anche in Bolognina, di varie nazionalità e provenienze e con disagi di varia entità: c’è chi ha problemi familiari, chi ha dei precedenti penali o delle denunce alle spalle e chi invece è un minore non accompagnato. La maggioranza quindi ha un background di disagio socio-familiare ed economico abbastanza pesante, ma ci sono altri invece senza problematiche particolari alle spalle che frequentano il centro per piacere. 
 
Com’è cambiato il vostro metodo educativo durante l’emergenza?
 
Adesso, dopo l’emergenza, ci siamo spostate online come tutti i servizi, prevalentemente attraverso una pagina Instagram, che avevamo già ma che abbiamo ovviamente dovuto incrementare. Abbiamo iniziato sempre monitorando i ragazzi e le ragazze, guardando i profili e le storie, per poi contattare i ragazzi per sapere come stavano e che facevano. Quindi manteniamo i contatti, con alcuni di più con altri di meno, attraverso la pagina Instagram. Alcune volte anche con What’s App oppure attraverso le videochiamate, che possono essere fatte attraverso Hangouts o Zoom. Adesso stiamo facendo didattica e supporto a chi ha bisogno per i compiti, condivisione di post informativi, stories informative e d’intrattenimento, dei tutorials dai temi più svariati. Il lunedì è dedicato alla proposta di ricette, grazie anche al coinvolgimento e l’aiuto di un ragazzo che viene in Torretta e che faceva il pasticciere. Il tentativo sarà quello di parlare al lunedì non solo di ricette ma anche un po’ di musica, mentre il mercoledì sarà dedicato più ai tutorials di laboratori manuali. Stiamo proponendo dei laboratori che sono legati al tema dell’arredare la propria camera con materiali di riciclo, visto che la camera soprattutto in questo momento di quarantena è diventata il nostro mondo e bisogna un po’ modificarlo. Il venerdì invece lo abbiamo lasciato come momento dedicato ai quiz fatti con Instagram o momenti di condivisione e dibattito sulla sessualità e l’affettività, anche a come viene vissuta in questo momento di quarantena, grazie soprattutto a Nicoletta che è l’esperta sessuologa.
 
Quali sono le principali criticità che riscontrate, scaturite dall’emergenza Covid, e quali sono secondo voi le soluzioni che si potrebbero attuare per risolvere queste problematiche (ad esempio, la dispersione scolastica, l’impoverimento sociale, la carente strumentazione digitale ecc.)?
 
Sicuramente la maggiore difficoltà che abbiamo incontrato è quella della relazione. La relazione non è solo vedersi in faccia tramite uno schermo ma è legata ad atteggiamenti, come ben sappiamo, verbali e non verbali o anche solo fisici. Per cui, in un momento in cui la fisicità non esiste, per noi è stato difficile riscoprirci perché abbiamo dovuto sperimentare delle nuove metodologie inerenti alla nostra professionalità e lavoro. La dispersione scolastica è sicuramente un altro dei problemi. Noi stiamo cercando di dare sostegno alla didattica con chi riusciamo perché purtroppo la situazione che si è venuta a creare, in cui i ragazzi sono consapevoli che non torneranno a scuola e verranno promossi comunque, ha intaccato ancora di più la loro motivazione, soprattutto di chi era già a rischio di dispersione scolastica. Sicuramente alcuni ragazzi che seguiamo avevano già alternative di didattica rispetto a quelle che esistono nella normalità, ma stanno trovando delle grosse difficoltà perché ovviamente erano dei ragazzi che facevano fatica a stare all’interno di un contesto scolastico. Per quanto riguarda la strumentazione digitale, i ragazzi prevalentemente hanno i cellulari, ma c’è chi non ha né cellulare né giga e quindi, in questi casi, non c’è solo dispersione scolastica ma anche dispersione dei contatti sociali. I ragazzi, tuttavia, sappiamo che si continuano ad incontrare sul territorio, non come prima ma stanno trovando delle loro strategie di sopravvivenza. Quello che purtroppo riscontriamo è una sensazione di diffuso malessere generale. Gli adolescenti di questa tornata avranno dei dolori profondi da dover risanare. Per adesso, stiamo cercando dei canali per condividerli. Anche semplicemente la noia, un sentimento tipico dell’adolescenza, così prolungata non è facile da significare, anche perché un adolescente che è costretto a vivere 24 ore su 24 nel contesto familiare è qualcosa di apocalittico. Magari qualcuno vive delle situazioni d’abuso, violenza, privazione e sono quelli più difficili da raggiungere perché spesso non hanno i mezzi e spesso, tolta la relazione animale dell’uno a uno, fanno fatica a riconoscere un’autorevolezza, un ruolo, di un educatore che ti parla dentro una chat in direct con le emoticon. Però ci proviamo comunque, naturalmente.

In futuro, secondo voi, questi metodi saranno irreversibili (magari anche solo in parte) e in che modo segneranno l’attività educativa?
 
Noi speriamo che sia anche solo parzialmente reversibile, anche perché l’Italia ha una tradizione educativa accademica e operativa basata sulla relazione di gruppo. Quindi, pensare di translare una tradizione anche solo degli ultimi cinquant’anni con uno strumento, che poi - data anche l’età anagrafica degli educatori e delle educatrici - non è così conosciuto, è molto pericoloso se non addirittura fallimentare in partenza. Se così non fosse, ci sarà molto da reinventare e da ripensare. Quantomeno ci auspichiamo un affiancamento per la parte più digitale, per la scuola e per i servizi che con la scuola vanno. Noi, a parte due post su Instagram, non abbiamo mai funzionato con la parte online perché non ne avevamo nemmeno la necessità, visto che li vedevamo ed era sicuramente più bello, per la nostra professione e anche per loro. Però, appunto, ci siamo ritrovate ad utilizzare degli strumenti che non avevamo messo in conto e che non conoscevamo nemmeno. Poi uno si arrangia chiaramente, anche se arrancando il più delle volte, ma sicuramente ci mancano delle parti molto importanti che ci possono dare la possibilità di comunicare in maniera se non altro più sana. È una sfida, poter apprendere anche noi degli strumenti nuovi. Questi strumenti però sono di per sé problematici perché aprono delle questioni riguardanti per esempio la privacy, la condivisione di dati sensibili, un nuovo ruolo genitoriale sempre più di controllo. Problemi che non riguardano solo i CAG o i CAV ma anche la scuola. Ci sono tante questioni etiche, oltre che metodologiche, a cui non si può rispondere adesso. Sicuramente però bisogna un po’ discuterne o parlarne, almeno nei prossimi mesi.
 
Continuerete ad utilizzare questi metodi?
 
La lezione è servita, nel senso che sapremo usare i social e bisognerà sicuramente continuare a coltivarli e utilizzarli perché evidentemente le cose possono cambiare da un momento all’altro improvvisamente, non per forza per pandemie ma per altri motivi. Però la nostra speranza è che ad un certo punto tutto questo possa terminare e si possa ritornare in parte alla relazione che avevamo, perché poi è quella che ci aiuta a tenere i ragazzi con noi. Noi infatti siamo passate dall’avere delle presenze anche di 15 ragazzi alla volta all’avere dei contatti con loro tramite chat o comunque tramite uno schermo. C’è stato un grosso calo nei contatti e nella relazione e ciò significa che molti ragazzi che, prima vedevi spesso e ora non sono con te, hanno dei problemi o dei disagi che non ti stanno esprimendo, mentre se eri lì fisicamente avresti potuto cogliere, sopperire o provare a capire. Sono tante le cose saltate, tante relazioni. Io e Nicoletta poi siamo nuove nel servizio, abbiamo iniziato ad ottobre, quindi praticamente ci siamo annusati insieme ai ragazzi per poi di nuovo allontanarci. Ce la stavamo facendo, però sarà tutto di nuovo pian piano da rifare perché c’era una relazione ma non era così tanto forte. Erano relazioni contingenziali, brevi ma intense.
 
Avete ricevuto dei feedback positivi da parte dei beneficiari? Cosa ne pensano su queste modalità telematiche?
 
Ci sono alcuni che hanno delle problematiche alle spalle molto grandi e fanno fatica a relazionarsi a livello empatico e quindi sono relazioni che fanno fatica ad articolarsi. Si tratta di una relazione in cui c’è poco di verbale e molto non detto, molto fisica e spontanea che in chat è difficile da riprodurre. È come chiedere a un bambino dell’infanzia di stare in videochiamata e raccontarci di lui, il bambino dell’infanzia ti racconta di lui magari abbracciandoti e facendoti vedere dei giochi che fa e come si muove con i suoi pari. Ovviamente la povertà relazionale ed emotiva non permette di poter usare questi canali nel modo giusto. Ce lo dimostrano in generale sempre, anche perché i social sono un grosso calderone di problematiche tra gli adolescenti. Quindi è evidente che non li sappiano utilizzare in generale, figuriamoci delle persone che emotivamente sono in qualche modo a volte molto povere per storie personali. Siamo in un momento che è percepito da molti ragazzi e ragazze come un abbandono educativo, le relazioni e i contatti mediati da uno schermo non possono e non devono sostituire quelli reali e fisici di cui gli adolescenti hanno bisogno. Molti non hanno altra figura di riferimento che non sia il genitore, per chi ce l’ha, quindi sono ragazzi che hanno ancora bisogno dell’adulto di riferimento, che sia un servizio o una persona nello specifico. Avendo perso molti contatti coi ragazzi, anche il territorio li ha persi. È molto complesso poter monitorare questa cosa perché diciamo che quelli che hanno il disagio più forte sono quelli che in realtà sono più irraggiungibili in questo momento, un po’ per povertà di strumenti, un po’ per sopravvivenza. Nel senso che, soprattutto in un momento complesso come questo, a volte mettere in stand-by un po’ quello che ti riguarda e anche quello che riguarda l’esterno forse è l’unico modo per sopravvivere. Noi stiamo cercando di avere dei contatti con loro ma ovviamente sempre in punta di piedi perché questo è un periodo complesso emotivamente per tutti e ognuno deve avere il diritto e anche le libertà di viverselo con i propri tempi. Quindi, ci siamo sempre e facciamo sempre sentire la nostra presenza ma non insistiamo sul fatto che i ragazzi debbano partecipare attivamente per forza a queste cose perché è proprio difficile.
 
C’è un episodio particolare, che vi riguarda come educatrici o relativo al rapporto con i beneficiari, che vi andrebbe di raccontare?
 
Episodi super strani o strappalacrime non sono successi, anche se le scene da film ci vorrebbero ogni tanto. L’unica cosa positiva è stata quando abbiamo deciso di scrivere ai ragazzi attraverso la chat di instagram per la prima volta, ovviamente con un’aspettativa di risposta pari allo 0,00%. In realtà ci hanno risposto tutti, a parte chi sapevamo che non aveva accesso ad internet, e abbiamo anche tenuto delle conversazioni un po’ più lunghe. Quindi abbiamo subito pensato che il ricordo della relazione che avevamo instaurato c’è ancora ed è stata una bella emozione. Io, Nicoletta, occupandomi molto di corpo, affettività, sessualità ho sentito tantissimo in questi mesi che mi mancava la parte fisica. Mi sono resa conto che la relazione educativa è una relazione erotico-affettiva. Questa cosa la percepisco ancora adesso come assenza grandissima, mi manca sentire la loro presenza fisica, non solo emotiva ma anche aggressiva, che un social non ti potrà mai dare. Un momento bello di cui mi ricordo è stato quando ho chattato con questa ragazza che mi parlava del suo ragazzo con cui poi si è lasciata. Mi sono sentita l’adulta di riferimento, ma in un momento di frivolezza leggera tra ragazze. La sensazione è che sotto questo grigio ci sia ancora qualcosa che ribolle. Quindi, ben vengano gli strumenti digitali anche per le nostre relazioni amicali e affettive però non potranno mai sostituire la relazione reale, quella fisica.
 

*L'intervista è realizzata da Roberta Carlucci e Laura Misuraca, volontarie del Servizio Civile Regionale di Arci Bologna. 

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