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7 maggio 2020 | Educazione

L'educativa di strada ai tempi del Coronavirus: intervista a Sonia Bregoli

L'educativa di strada ai tempi del Coronavirus: intervista a Sonia Bregoli

Iniziamo oggi un nostro piccolo ciclo di interviste* alle educatrici e agli educatori di Arci Bologna per comprendere cosa sta accadendo nel mondo dell'educazione ai tempi dell'emergenza determinata dal Coronavirus. Uno sguardo vicino e attento per ascoltare la voce dei ragazzi e di chi ha continuato a svolgere il proprio lavoro reinventando strumenti e azioni. A parlarci, oggi, è Sonia Bregoli dell'Educativa di Strada San Donato - Pilastro. 

In cosa consiste il progetto di Educativa di Strada San Donato/Pilastro? 

L'educativa di strada S.Donato-Pilastro è un progetto di Arci Bologna e Cooperativa Open Group attivo da più di 11 anni e composto da un operatore per ciascuna realtà. Si situa all'interno dei servizi educativi extrascolastici finanziati dal Comune di Bologna. Io e il mio collega scendiamo in strada quattro volte a settimana dividendoci l'intera zona San Donato/Pilastro. Siamo all'interno di una rete e ci occupiamo di coordinare e mettere in relazione i servizi presenti sul territorio, dal centro di aggregazione La Torretta al CAG del Pilastro In Movimento. Il nostro compito è tenere insieme le attività con i ragazzi in strada, i centri aggregativi e le scuole. Siamo una vera e propria comunità perché lavoriamo in stretta connessione anche con le associazioni culturali del territorio, come il Mercato Sonato, Centro Interculturale Zonarelli e l’associazione GRAF. 

Su cosa si basa il vostro lavoro?

Il nostro è un lavoro che si basa sulla relazione: essendo la strada un luogo informale non ci sono regole formali, se non la regola del “rispetto”.  Incontriamo gruppi di ragazzi in maniera informale nei parchi, giardini, bar, luoghi di aggregazione spontanea. Con i ragazzi/e svolgiamo dei laboratori, che possono essere di musica, hip hop, video, fotografici, graffiti, ecc (arte mainstream). Se ce lo richiedono, li aiutiamo nella ricerca lavoro e nella stesura dei CV. Trattiamo diversi temi “intoccabili”, quali la sessualità, il consumo di sostanze legali e illegali e dipendenze varie. Discutiamo inoltre sulla scuola, sui loro sogni, i rapporti con gli amici e la famiglia. Gli educatori di strada hanno un ruolo che non è né da genitori né da professori, siamo degli adulti atipici per loro ed entriamo in contatto/relazione in una maniera totalmente diversa, con noi si crea un rapporto di apertura. È un lavoro continuo negli anni, che più viene fatto a lungo termine più ne beneficia il territorio. Abbiamo un rapporto anche con i Circoli Arci presenti sul territorio: abbiamo affiancato il circolo Casalone (S. Donnino) nella gestione di alcuni gruppi generazionali di ragazzi/e e anziani presenti all'interno del circolo, e lavoriamo a stretto contatto con il Circolo Guernelli, che si trova al Gandusio, un territorio con una storia molto particolare ed un luogo da preservare e da coltivare. Svolgiamo un lavoro di prevenzione focalizzato sulle relazioni. Al Pilastro manteniamo principalmente il rapporto con le realtà locali, come la Biblioteca Luigi Spina, il Centro di Aggregazione In Movimento, la fattoria didattica, attività commerciali e i servizi socio-educativi. 

Parole chiave del vostro lavoro, evidenziate nella descrizione, quali relazione, spazio pubblico, scuola, come cambieranno in futuro? Com'è cambiato il vostro metodo educativo durante l'emergenza Covid-19 rispetto a prima? Avete riscontrato difficoltà nell'applicare nuovi metodi?

 Precedentemente lo scoppio dell'emergenza sanitaria ci chiedevamo in continuazione come  il mondo dell'educativa poteva entrare nel digitale. Internet ti permette attraverso i social di conoscere gente in tutto il mondo, di poterti formare da un punto di vista tecnologico, di usufruire di una serie di canali in cui l'arte è libera di esprimersi e ci si può individualmente esprimere direttamente dalla propria cameretta. Dall'altra parte, sappiamo come internet sta modificando le relazioni, crea nuove dipendenze e quindi si pone la questione di come i ragazzi vivono i social, soprattutto Instagram e Tik Tok. Noi ci ponevamo la questione di come utilizzare questi canali: il momento di lockdown ha dato a tutti noi e al sistema educativo questa opportunità. Ci siamo attivati con il profilo social di Instagram e con questo strumento stiamo capendo come arrivare ai ragazzi per affrontare tematiche che possono essere il cyberbullismo, il revenge porn, le sostanze, le relazioni, la questione del benessere psicologico, ecc. Il nostro lavoro è cambiato sotto questo punto di vista: lavoriamo sui social e sulle piattaforme digitali come Zoom, con What’s App ma sempre e comunque  in attesa di tornare in strada, perché ci manca tantissimo il nostro quartiere e il contatto umano. Queste cose ci stanno permettendo di formulare nuove strategie confrontandoci con i ragazzi stessi. Perché non bisogna vedere solo il risvolto negativo, ma bisogna vedere cosa c’è di positivo per quando ritorneremo alla “vita normale”. 

Come cerca il vostro progetto educativo di mantenere un rapporto di prossimità con i beneficiari, in relazione alle nuove disposizioni?  

Molti ragazzi che già conosciamo ora li contattiamo e chiacchieriamo con loro su Instagram, manteniamo i rapporti con coloro che sappiamo affrontano situazioni particolari. Un aspetto molto importante è che i ragazzi con cui eravamo in contatto continuativo già da prima non si sono dispersi. Non tutti possiedono il pc, ma tutti hanno il cellulare, sebbene a volte sia uno strumento limitante. Ad esempio, ogni mercoledì, al GRAF, abbiamo sempre condotto il laboratorio di “Hip Hop Philosophy”, diventato peer to peer: viene gestito da un ragazzo che lo ha frequentato precedentemente e, insieme a Manuel Simoncini – rapper ed educatore bolognese – e a una quindicina di ragazzi/e, ci ritroviamo solitamente per utilizzare la musica come mezzo di espressione. Questo laboratorio ora lo facciamo sulla piattaforma Zoom. Anche lì però si connette chi possiede il pc, perché dal cellulare è una piattaforma che non funziona bene. L'accessibilità degli strumenti digitali non è alla portata di tutti, è limitata e crea delle divisioni sociali. Su Instagram ci siamo divisi i contenuti, facciamo due stories a settimana affrontando determinati temi, poi facciamo un quiz, o postiamo una foto di mappatura del quartiere che raccontiamo in attesa di tornare in strada. Inoltre, adesso stiamo attivando una specie di sportello d'ascolto, con i ragazzi che ce lo chiedono facciamo delle videochiamate su whatsapp. Da una parte affermiamo che comunque questa situazione è abbastanza difficoltosa, dall'altra ci sta permettendo di prendere sempre più confidenza con gli strumenti digitali utili.

Quali sono le principali criticità che riscontrate, scaturite dall’emergenza Covid, e quali sono secondo voi le soluzioni che si potrebbero attuare per risolvere queste problematiche (es. dispersione scolastica, impoverimento sociale)? 

Essersi ritrovati tutti, da un giorno all'altro, trasferiti sul digitale ha portato sicuramente tantissimi problemi. I ragazzi percepiscono la difficoltà, trascorrere così tante ore connessi on line è molto faticoso. Spesso quando facciamo i laboratori on line ci dicono che sono stanchissimi, perché  precedentemente hanno seguito le lezioni per la scuola. Per loro è una situazione frustrante e stancante, il non uscire di casa è molto stressante, ce lo riferiscono spesso. Inoltre, per i ragazzi un po' più grandi si pone il problema del lavoro, poiché l'hanno perso e sono a casa (tra chi svolgeva lavoretti precari, tirocini, ecc...). Chi non si trova in un percorso di studio si pone domande quali “Cosa succederà dopo? Troverò un lavoro?”. C'erano ragazzi che avevano mosso i primi passi nel mondo del lavoro, per raggiungere una propria indipendenza, e invece sono tornati a casa. È un problema molto complesso da affrontare, legato ad altre dinamiche più ampie e su cui si potrebbe discutere a lungo. 

Come stanno i beneficiari? Quali difficoltà in relazione al territorio?

Nonostante il proficuo numero di contatti mantenuti, ci sono tuttavia dei ragazzi che, di solito, incontriamo in strada ma con cui ora non riusciamo a parlare. Non c'è altro modo di entrare in contatto con loro, se non con un contatto diretto o tramite i social. Nessuno affronta questo tema: spesso, con il nostro progetto, ci interfacciamo con ragazzi che fanno di tutto per non stare in casa. Questa situazione per loro ha un impatto emotivo molto forte, poiché si trovano in situazioni con una fragilità interna e famigliare consistenze, quindi loro sono magari obbligati a rimanere in un contesto in cui facevano di tutto per scappare. I feedback sono quasi tutti negativi, i ragazzi non ce la fanno più, vogliono uscire. La loro è un'età in cui le amicizie e le relazioni sono fondamentali, per loro è una grossa sofferenza non poter vedere gli amici, stare fuori, avere momenti di socialità. I feedback non sono positivi, ma perché non sono positivi nemmeno i nostri da adulti, stiamo naturalmente soffrendo tutti per questa situazione.

C’è un episodio particolare, che vi riguarda come educatori o relativo al rapporto con i beneficiari, che ti andrebbe di raccontare? 

Riporto un episodio positivo: una cosa bella sono i temi che si stanno trattando quando svolgiamo il laboratorio su Zoom, i discorsi che si stanno affrontando e sviluppando sono veramente molto profondi, trattano di filosofia, di vita. Ad esempio, mercoledì scorso, si è proposto un piccolo video di animazione di 10 min, a cui è seguita una lettura collettiva. Era un video che trattava argomenti esistenziali: il rapporto col sistema e i comportamenti standard, perché in un determinato sistema ci deve essere necessariamente una parte giudicante-decisionale, perché la diversità porta ad un giudizio negativo, che importanza possono avere le relazioni familiari, chi decide se si è fuori/dentro, ecc... Domande di questo tipo hanno scatenato una discussione di alto livello, questa cosa ha fatto riflettere molto me e il mio collega: i ragazzi di quell'età, che frequentano le scuole medie e superiori, nessuno li prende in considerazione o li coinvolge sul definire la società. Nessuno chiede a questi giovani come stanno, come la pensano sulle questioni importanti, non hanno alcuna voce in un sistema politico come il nostro, in cui fino al raggiungimento dei 18 anni praticamente non esisti. Ci siamo profondamente interrogati su questo, su come invece questi giovani siano molto intelligenti e intuitivi: ci sono ragazzini di 15 anni che si ponevano delle domande esistenziali con risposte interessanti. A loro, che sono il futuro, non viene mai chiesto nulla, neanche di parlare di come vorrebbero il mondo in cui vivranno, cosa si aspettano, semplicemente come lo vorrebbero… Io mi sono molto emozionata a sentirli discutere e parlare in questo modo, e noi cercavamo di non interferire, con la nostra visione, in questa esperienza. In tre anni non avevamo mai trattato temi di questo tipo, poiché abbiamo fatto sempre musica e il contesto allo spazio GRAF è differente. È una cosa positiva di questo momento, perché è un'esperienza che non abbiamo mai fatto, non abbiamo mai avuto modo di trattare questi argomenti e anche loro hanno richiesto di farlo molte altre volte. 

*L'intervista è realizzata da Roberta Carlucci e Laura Misuraca, volontarie del Servizio Civile Regionale di Arci Bologna. 

Maggiori informazioni:

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Mail edsandonato@gmail.com

 

 

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