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24 gennaio 2020 | Incontri

John Berger e la fotografia nel racconto di Maria Nadotti

John Berger e la fotografia nel racconto di Maria Nadotti
Witness Journal organizza un incontro con Maria Nadotti - traduttrice in Italia per le opere di John Berger ma anche sua amica e collaboratrice nell’ambito di vari progetti - per ripercorrere alcuni passaggi degli scritti di Berger sulla fotografia, tra i più originali del Ventesimo secolo, dove l’autore indaga l’opera di fotografi come Henri Cartier-Bresson, Martine Franck, Jitka Hanzlová, André Kertész, W. Eugene Smith, Paul Strand e la vita degli uomini e delle donne fotografati. Con un impegno, un’intensità e una tenerezza travolgenti.
 
L’incontro si terrà venerdì 24 gennaio alle ore 19.30 da Senape Vivaio Urbano e in collaborazione con IGOR Libreria.
 
Maria Nadotti è giornalista, saggista, consulente editoriale e traduttrice; scrive di teatro, cinema, arte e cultura per testate italiane e estere.
Nata a Torino nel 1949, ha vissuto a New York dal 1980 al 1992 e successivamente ha passato lunghi periodi in Palestina. Oggi vive tra Milano e Berlino. Giornalista, saggista, consulente editoriale e traduttrice, scrive di teatro, cinema, arte e cultura per testate italiane e estere tra cui Il Secolo XIX, Il Sole 24 Ore, Lo Straniero, L’Indice, Artforum, Ms. Magazine, Conjonctures; e collabora con il settimanale Internazionale.
 
John Berger (1926-2017) è stato un saggista e critico dell’arte, ma prima di tutto narratore, che con Roland Barthes e Susan Sontag ha scritto i più importanti testi sulla lettura delle fotografie.
La fotografia, scrive Berger, è nata insieme al capitalismo industriale, ma è stato solo nel Novecento che è diventata il modo più “naturale” e diffuso per occuparsi d’immagini: “si sostituì al mondo come sua testimonianza diretta”. Le fotografie assumono il ruolo che un tempo era affidato alla memoria. Fissano l’apparenza degli eventi (cit. Marco Belpoliti).
 
Scrivendo dell’opera dei fotografi, così come quando scrive dell’opera di pittori o scultori, John Berger non si pone come critico o storico, bensì come storyteller che arriva alla scrittura guardando le immagini e indagando sulle motivazioni umane, storiche, sociali e politiche del fotografo, mai solo sugli aspetti tecnici, formali o estetici della sua opera.
Non è un caso che Berger, dopo aver molto presto rinunciato a fotografare (“non mi dava il tempo di guardare”) optando per il disegno, la pittura e la scrittura, si dedichi a fianco del fotografo Jean Mohr, all’invenzione di una forma narrativa in cui immagine fotografica e testo scritto convivono senza duplicarsi, spiegarsi o illustrarsi, vale a dire senza ridursi a tautologia, creando una terza forma che nasce non banalmente dall’accostamento di immagine e parola, ma dalla loro sequenza e dalla loro collocazione nello spazio della pagina. 
C’è, però, tra gli scritti sulla fotografia di Berger, anche un corpus più teorico, una vera e propria interrogazione su ‘cosa sia la fotografia’ e come si ponga non solo rispetto alle altre arti nel contesto della modernità, ma anche nella nostra vita di fruitori attivi (tutti facciamo foto) e passivi (tutti guardiamo le nostre fotografie), prima ancora che di spettatori/consumatori di immagini fotografiche. Infatti, oltre ad interrogarsi (come Barthes) sull’essenza della fotografia, si interroga sull’uso che ne possiamo fare.
 
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