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12 luglio 2018 | Politiche e diritti

È tempo di scegliere da che parte stare | L'intervento di Rossella Vigneri

È tempo di scegliere da che parte stare | L'intervento di Rossella Vigneri

Mercoledì 12 luglio, al Circolo Arci Benassi, si è tenuta l'iniziativa pubblica "È tempo di scegliere da che parte stare", un'assemblea pubblica che ha visto la partecipazione di più di trecento persone e tantissime realtà, associazioni, e organizzazioni del territorio metropolitano. Oggi pubblichiamo l'intervento integrale della Presidente di Arci Bologna Rossella Vigneri. 

 

Vogliamo ringraziarvi tutti per aver scelto di essere qui oggi, per aver accolto il nostro invito a ritrovarci per discutere e confrontarci su quanto sta accadendo nel nostro paese, nella nostra città. Vogliamo ringraziare anche il giornalista autore del servizio andato in onda sulle tv nazionali qualche settimana fa, che riprendeva proprio questo Circolo intervistando alcuni dei soci, rivelando inaspettate simpatie per le politiche di Salvini. E vogliamo anche rassicurare tutti, questo non è un circolo PD nè un circolo filoleghista, questo è un circolo Arci, uno spazio sociale e di aggregazione che è immerso nel mondo, attraversato dalle stesse paure e dagli stessi bisogni, dai vuoti della politica e dalla propaganda razzista che riempie il discorso pubblico. 

E' da tempo che ci interroghiamo su cosa accade nei nostri spazi ma il servizio, che pure non aveva alcun interesse ad approfondire le ragioni del successo di una campagna d'odio che ha stravolto negli ultimi anni il nostro paese, ha dato un'improvvisa accelerata a un nostro percorso di riflessione, di autocritica ma soprattutto di lavoro per il prossimo futuro. Perché una cosa è certa: noi siamo pronti a mobilitarci, non ce ne staremo fermi in silenzio mentre il mare seppellisce migliaia di morti nell'indifferenza di troppi, e poco importa se – come non perde l’occasione di ripetere chi sta al governo – siamo la minoranza. 
 
Come scriveva qualche giorno fa la scrittrice Michela Murgia, democrazia non significa contarsi, significa innanzitutto condividere i valori e le regole del nostro stare assieme, del nostro agire comune. Chiudere i porti e criminalizzare chi aiuta i migranti, schedare le persone su base etnica, lasciare in balia del mare per giorni donne, uomini e bambini e pensare di far valere argomenti come “la maggioranza” per difendere decisioni del genere significa aver accettato la disumanità come strumento di azione politica. Questo è quello che è accaduto negli ultimi anni nel nostro paese e lo dimostrano i commenti di odio e le minacce sui social, lo dimostra la morte di Soumaila Sacko, bracciante agricolo sfruttato nei campi di Reggio Calabria o la caccia all'immigrato con una pistola ad aria compressa a Forlì, lo dimostra l'ondata di cinismo che ha invaso le nostre città. 
 
C’è un malessere diffuso che ha contaminato le nostre comunità, una sensazione di sfiducia e smarrimento che la politica – di destra e di sinistra – ha cavalcato anziché comprenderne le ragioni e contrastarla, in cerca di consenso e legittimazione. Un senso di disorientamento e frustrazione che ho percepito in questi mesi nelle discussioni con tanti soci e gruppi dirigenti dei nostri Circoli, che da tempo hanno perso i loro storici punti di riferimento e provano come possono ad agire in un mondo che è profondamente cambiato. 
 
Un tempo c'era una collettività capace di farsi carico dei bisogni e delle istanze dei cittadini e una politica in grado per lo meno di interpretare quei bisogni senza sottrarsi alla responsabilità del confronto. C'erano le case del popolo ma anche tanti spazi sociali, c'erano le piazze che erano le abitazioni del collettivo, luoghi di discussione e di trasformazione. 
 
Oggi in molti si ritraggono dagli spazi della partecipazione e del confronto rifugiandosi in comunità autoreferenziali dove ci si consola parlando con i propri simili e lottando contro un nemico comune. Abbiamo lasciato che lo spazio urbano venisse controllato e svuotato, per paura dell'altro, per un senso di insicurezza e precarietà che ha invaso ogni aspetto della nostra vita e ci ha reso diffidenti e spesso intolleranti soprattutto nei confronti di chi vive ai margini: dove c'è il disagio noi oggi vediamo degrado. 
 
Siamo più poveri e perdiamo ogni giorno pezzi di welfare, non siamo più in grado di garantire un futuro alle nuove generazioni ma invece di tornare a rivendicare i nostri diritti ci hanno fatto credere che non ci sia alcuna alternativa se non quella di prendersela con chi sta peggio di noi. Al grido di "Prima gli italiani" innalziamo muri nelle nostre comunità. Investiamo miliardi per costruire frontiere spingendoci addirittura oltre i confini europei ma non vediamo le migliaia di lavoratori di origine straniera che vivono nel nostro paese spesso in condizioni disumane, pagati in nero, sfruttati dal caporalato, vittime innanzitutto di una legge - la Bossi Fini - che rende impossibile ai migranti di entrare regolarmente nel nostro paese e che nessun governo in quasi 20 anni ha avuto il coraggio di abolire. Lo stesso coraggio che è mancato per l’approvazione di una legge sullo ius soli che avrebbe dato diritto di cittadinanza a quasi un milione di ragazze e ragazzi nati o cresciuti nel nostro paese. 
 
Questo è il mondo in cui viviamo, questa l'aria cattiva che respiriamo. Noi ne siamo consapevoli, abbiamo scelto da che parte stare ma ci domandiamo cosa possiamo fare per opporci alla narrazione propagandistica che ha monopolizzato il discorso pubblico, infarcita di parole di odio e notizie false, capace di normalizzare la violenza, banalizzare persino la morte di essere umani? Quali strumenti, quale linguaggio dobbiamo utilizzare per creare dei varchi nelle fortezze che crescono intorno a noi e tornare a parlare con i nostri soci, con i cittadini? Una domanda che poniamo a tutti voi, qui stasera. 
 
Noi crediamo sia necessario ripartire dalla cultura. Un paio di anni fa avevamo lanciato una campagna di comunicazione che citava una frase di Gramsci tratta dai Quaderni del Carcere: “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri". Credo che dica molto sul ruolo che dovrebbe svolgere oggi la cultura nella 
nostra società, un ruolo che ha a che fare innanzitutto con la cura delle relazioni, dei rapporti con gli altri uomini, con i cittadini. Conoscere ci permette di comprendere la realtà, di essere curiosi, di riconoscere l'altro e imparare a non averne paura, ci permette di essere empatici. 
 
Una volta gli operai finito di lavorare venivano nei Circoli, nelle case del popolo che avevano contribuito a costruire, per trascorrere il loro tempo libero insieme, per discutere di politica, per organizzare spettacoli teatrali, momenti culturali e ri-creativi. Oggi il tempo libero, per chi ha la fortuna di avercelo ancora, viene vissuto in modo sempre meno partecipato. Per chi esce di casa, la cultura è diventata più un oggetto di consumo passivo e sempre meno un progetto collettivo di cui sentirsi parte. E questo ha creato una distanza che dobbiamo essere in grado di riempire aprendo i nostri spazi, invadendo le piazze, le strade e imparando ad ascoltare il territorio, a intercettare i bisogni e i desideri di chi lo attraversa. Per troppo tempo abbiamo parlato alla nostra gente senza ascoltarla, e non ci siamo resi conto che le platee erano sempre più vuote e che alla fine molta di quella gente non era più dalla nostra parte. E allora bisogna provare a riconquistare la città, quartiere per quartiere, dal centro alle periferie, tornando a confrontarsi con gli altri, con i giovani ma anche con i più anziani, anche a costo di dover mettere in discussione i nostri metodi e la nostra organizzazione, ma soprattutto provando ad essere più pragmatici. 
 
Sono tante le esperienze nate in questi anni nei nostri Circoli e in tanti altri luoghi della città, molte di queste saranno raccontate qui stasera, esperienze in cui gruppi di persone hanno dato vita a luoghi aperti e accoglienti dove l’antifascismo e l’antirazzismo, il contrasto alle discriminazioni di genere sono una pratica quotidiana che si esprime attraverso progetti educativi, campagne informative, eventi culturali, sport, momenti di festa e di aggregazione capaci di contaminare persone e spazi, di accogliere le fragilità e includere le differenze. 
 
E' fondamentale che questi luoghi possano rafforzarsi e moltiplicarsi nei prossimi mesi e anni anche grazie a nuove collaborazioni e connessioni con le realtà che sono qui stasera. Perché mai come in questo momento è importante mettere in rete le nostre pratiche e progettualità, iniziare a condividere strumenti, competenze e punti di vista differenti, per provare a cambiare l'ordine delle cose. 
 
L'Arci di Bologna è una rete di 120 basi associative, radicate in tutta la città metropolitana e quindi anche in territori periferici dove spesso il Circolo è l'ultimo presidio sociale della comunità. Sono spazi frequentati da anziani, studenti, famiglie, bambini, ancora da pochi stranieri, che possono diventare laboratori per nuove sperimentazioni culturali e sociali, scuole di quartiere libere e popolari dove attivare percorsi di educazione e di in-formazione rivolti ai gruppi dirigenti, ai soci e a tutta la cittadinanza, per dare a tutte e tutti gli strumenti per comprendere la realtà in cui viviamo. Luoghi meticci dove i migranti possano tornare ad essere cittadini, superando ogni logica assistenziale, capaci di affermare la propria individualità e di scegliere il proprio futuro. E' un progetto ambizioso che richiederà uno sforzo collettivo, non solo da parte dei nostri Circoli ma di tutte le realtà culturali e sociali che vorranno dare il loro contributo. Non è in solitudine che riusciremo a fronteggiare quest’emergenza. 
 
Abbiamo bisogno di centri culturali diffusi nella nostra città ma anche di nuovi laboratori politici dove dal basso sia possibile costruire quell'alternativa che in molti credono di non avere più. Laddove la politica non è in grado di ascoltare, possiamo diventare antenne sul territorio in grado di intercettare bisogni, e farci portavoce delle istanze che emergono con l'obiettivo di agire il cambiamento delle nostre comunità, di modificare e migliorare le politiche pubbliche con le nostre pratiche quotidiane e le nostre rivendicazioni. 
 
Ho portato già in varie occasioni l'esperienza di Ritmolento che rappresenta un esempio di come si possono costruire politiche dal basso: prima ancora che i riders divenissero un caso nazionale, un gruppo di fattorini in bici ha iniziato a incontrarsi al Circolo RitmoLento per discutere delle condizioni lavorative precarie dettate dalle piattaforme digitali che gestiscono le consegne a domicilio. Il gruppo ha trovato nel Circolo un punto di riferimento e di ristoro, uno spazio di dopolavoro e di socialità. Ne è scaturita una campagna contro il lavoro precario e lo sfruttamento e una mobilitazione cittadina che pochi mesi fa ha portato alla sottoscrizione di una “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale" da parte di Comune, Riders Union e Organizzazioni Sindacali. 
 
Abbiamo iniziato parlando di migranti chiudiamo citando i lavoratori precari al tempo del digitale. Bauman le chiama vite di scarto, "vittime collaterali non intenzionali e non pianificate del progresso economico”. Proviamo a tenere insieme queste storie, smettiamo di ragionare per categorie e proviamo a dirci che siamo tutti nella stessa barca, che siamo tutti chiamati a immaginare, provare e attuare un cambiamento per il benessere della collettività. 
 
A questo proposito c’è un appuntamento che vorrei segnalarvi, la manifestazione che si terrà sabato a Ventimiglia. Una giornata di solidarietà internazionale che coinvolgerà cittadini, migranti e organizzazioni italiane ed europee per chiedere un permesso di soggiorno europeo. Situata su un confine che gli accordi di Shengen avevano annullato in nome della libera circolazione e che la stessa Europa ha di nuovo eretto per vietare la libertà di movimento dei migranti, Ventimiglia è diventata il baluardo degli orgogli nazionali, il luogo simbolo del fallimento delle politiche europee ed italiane in tema di migrazione, dal regolamento di Dublino al decreto Minniti-Orlando. Ventimiglia è la prova che in questo momento l’Europa si è ridotta a un insieme di stati disposti a violare tutte le norme di diritto internazionale per difendere i propri confini. Come se non bastasse, agli inizi di luglio è iniziato il semestre di presidenza del consiglio europeo dell’austriaco conservatore Kurz con un motto che è tutto un programma "Un'Europa che protegge". Ce lo siamo detti, sarà un autunno complicato e la manifestazione di Ventimiglia ci dice che non possiamo non agire anche in una dimensione europea, provando a intercettare tutti i percorsi di solidarietà che si stanno sviluppando in tante nazioni, dalla Spagna alla Grecia passando per Calais. 
 
Ammettiamolo, è più semplice gridare all'invasione e trovare ogni giorno un fantomatico nemico cui addebitare tutte le colpe che provare ad affrontare nella sua complessità e drammaticità la fase che stiamo attraversando. E' più efficace mediaticamente chiudere i porti e criminalizzare i poveri in arrivo e chi li aiuta, prospettando la fine delle migrazioni, che ragionare sulle cause di un'emergenza umanitaria usata come grimaldello per risolvere un’emergenza che è innanzitutto politica. 
 
Ma noi abbiamo scelto da che parte stare, dalla parte dell'umanità che si ritrova - scriveva Rodotà - solo là dove eguaglianza, dignità e solidarietà trovano pieno riconoscimento. Per questo oggi abbiamo bisogno di raccontarci le fatiche ma anche le cose belle che scaturiscono dal nostro stare insieme, i nostri atti di resistenza e le possibili strade da percorrere per costruire alternative concrete all'odio e al disagio che vivono le nostre comunità.
 
Non facciamo passare molto tempo dopo quest'assemblea, ritroviamoci per mettere in pratica le nostre proposte. Il nostro impegno è di continuare a mantenere vivo questo spazio di confronto e di farlo crescere, per questo rilanciamo con un nuovo appuntamento in autunno per inziare a ragionare su iniziative, approfondimenti e su una campagna di comunicazione che possa coinvolgere tutta la città. Vi ringrazio ancora tutte e tutti e auguriamoci buon lavoro. Ne abbiamo bisogno. 
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