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10 maggio 2018 |

Creare legami e cultura: intervista a Tiziana Passarini del Circolo ArciBrecht

Creare legami e cultura: intervista a Tiziana Passarini del Circolo ArciBrecht

Il Brecht è un Circolo Arci nato nel 1962 a Corticella, in via Bentini. Un Circolo storico dal forte radicamento territoriale che gestisce la Sala Candilejas, il Teatro del Lampadiere, la Sala Ilaria Alpi e altri spazi con proposte rivolte a tutti. Un luogo che vuole fare cultura, a partire dal nome del Circolo, dedicato al drammaturgo tedesco Bertolt Brecht per rappresentare proprio l’idea di cultura e impegno che è alla base di tutte le attività. 


Con Tiziana Passarini del Circolo ArciBrecht, abbiamo ripercorso la storia e le iniziative del Circolo Arci, dalla sua nascita ad oggi. 
 
Il Circolo Arci Brecht ha una storia molto lunga: come è nato, come si è sviluppato e qual è la sua importanza sul territorio?

Il Circolo è nato con la Casa del Popolo, che è stata costruita con i soldi della gente: si girava per le case e le famiglie davano un contributo per avere un luogo che è il corrispettivo di quello che adesso è il centro civico. Era quindi un luogo di tutti, connotato a sinistra, ma la sinistra era comunque molto prevalente in questo quartiere. Ad esempio ricordo che mio padre un anno quando a Natale - nel periodo quindi in cui i soldi in casa erano pochi - arrivò la tredicesima la lasciò al Circolo, in teoria come un prestito che però non è mai stato ritirato. C’era quindi proprio questo senso di “casa di tutti”.
Inizialmente la scelta era stata quella di essere esattamente al centro del quartiere, per essere il cuore della zona. 
Da subito è nata con una vocazione culturale molto importante, a partire dalla scelta di dedicarla a Brecht e di chiamare la sala “Candilejas”, che significa “luci della ribalta”: c’era quindi una certa ricercatezza e la volontà di fare cultura in un territorio di periferia. Questo aspetto si è conservato: c’è sempre stata una vocazione polivalente per cui veniva dato spazio ad attività molto varie, rivolte a fasce della popolazione diverse.
 
Com’è cambiata la socialità negli anni e come si sono sviluppate parallelamente le attività del Circolo?

Erano anni in cui non c’erano i centri civici e questo era un luogo di riferimento molto attivo, c’erano anche dei ritmi di vita e di divertimento diversi, per cui si poteva anche ballare e fare attività tutte le sere senza disturbare troppo il vicinato. Adesso non riusciamo a fare serate giovanili proprio perché i ritmi sono cambiati, e non possiamo far finire le serate e quindi il rumore alle tre di notte. Questo ha portato ovviamente ad avere meno giovani presenti al Circolo e questo è forse il cambiamento più grosso di questi anni. In più negli anni Sessanta e Settanta la gente era meno presa da tutto il mondo dei social e la socialità era più “di persona”, reale. 

Oltre ai ritmi è cambiata anche la popolazione?

Sì. Una parte della popolazione è invecchiata e ci sono inoltre diverse comunità straniere, con cui abbiamo diverse relazioni: ci chiedono gli spazi per le loro iniziative e con alcuni abbiamo organizzato feste multietniche, anche se non sempre è facile l’integrazione. Ad esempio nella palestra che gestiamo abbiamo ultimamente anche delle persone straniere che la frequentano, l’ultimo caso è quello di una signora musulmana di origini arabe che frequenta il luogo con il velo e non ha i soldi per pagare: nonostante le critiche arrivate abbiamo deciso ovviamente di farla andare in palestra insieme a tutti gli altri abitanti della zona che ci sono, anche per provare a fare integrazione. 
 
Attività sociali, attività di integrazione, attività culturali: quali sono le principali che avete svolto e quelle in programma?

Per quanto riguarda le attività di integrazione abbiamo il progetto di accoglienza per le persone che hanno avuto problemi con la giustizia: il progetto è diminuito perché ci sono stati dei cambiamenti a livello legislativo per cui non possiamo più accogliere le persone messe alla prova, ma stiamo avviando un percorso con l’UEPE - l’Ufficio Esecuzione Penale Esterna - che sta cercando di inserirci fra le realtà che accolgono, in modo che si faccia carico il Comune di alcune procedure che noi non possiamo seguire. Questo è un lavoro importante perché è un lavoro sociale. 
Le esperienze precedenti hanno funzionato, anche se ovviamente è un percorso che non è mai facile: c’è stato un percorso sociale davvero importante, perché queste persone, in particolare persone straniere che non hanno una cintura di riferimento, hanno trovato dei luoghi ai quali rivolgersi. Il progetto funziona perché sono attività che facciamo in un luogo più piccolo in cui c’è quindi più attenzione. Se invece vengono mandati in luoghi grandi, come ad esempio gli ospedali, questo lavoro più personalizzato non c’è. 
Anche persone con piccoli disagi psichici fanno parte delle attività di questa realtà.
Essere Arci è anche questo: creare legami e dare una mano a chi è in difficoltà, mantenendo l’attenzione sugli aspetti politici, che cerchiamo di non lasciare mai in secondo piano. 
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